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891 negozi in meno nella BAT. Il problema non è solo la crisi.

8 min di lettura


In sei anni la provincia di Barletta-Andria-Trani ha perso il 14,3% delle attività commerciali. La crisi pesa, i costi pesano, le grandi piattaforme hanno cambiato il mercato. Ma forse è arrivato il momento di parlare anche di imprese rimaste ferme e di una politica locale che troppo spesso non riesce a dare una vera direzione economica alle nostre città.

Una serranda abbassata fa sempre un certo effetto.

Soprattutto quando appartiene a un negozio che hai visto aperto per dieci, venti o trent’anni.

Nelle nostre città ci siamo quasi abituati.
Un locale vuoto, un cartello affittasi, un’attività storica che sparisce, una strada commerciale che lentamente perde pezzi.

Il problema è che ormai non stiamo più parlando soltanto di una sensazione.

I numeri ci sono e sono pesanti.

Tra il 2019 e il 2025 la provincia di Barletta-Andria-Trani ha perso 891 attività del commercio, con una contrazione del 14,3%.

Davanti a numeri del genere è molto semplice cercare immediatamente un colpevole.

Amazon, l’e-commerce, i centri commerciali, gli affitti, le tasse, l’inflazione, la politica.

E sia chiaro, sono tutti elementi che hanno un peso. Assolutamente vero.

Dietro una chiusura possono esserci costi diventati insostenibili, margini sempre più bassi, assenza di ricambio generazionale, concorrenza internazionale, problemi personali e mercati che nel frattempo sono profondamente cambiati.

Ma proprio perché il problema è serio, credo che dovremmo avere il coraggio di farci anche una domanda meno comoda.

Mentre il mondo cambiava, quanto sono cambiati davvero i nostri negozi?

Non parlo del POS, di Apple Pay o del registratore di cassa nuovo.

Parlo del modo di fare impresa.

Perché intorno a quel negozio è cambiato praticamente tutto.

Oggi una persona può scoprire un prodotto su Instagram mentre è sul divano, cercare quell’attività su Google, leggere le recensioni, confrontare un prezzo mentre si trova fisicamente dentro un altro negozio, scrivere su WhatsApp prima ancora di decidere se uscire di casa.

Può vivere a Trani e scoprire un’attività di Bisceglie, può trovarsi ad Andria e decidere di spostarsi perché online ha visto qualcosa che gli interessa, può passare per anni davanti alla tua vetrina senza mai entrare e poi scegliere te dopo aver visto un contenuto di trenta secondi.

Il cliente è cambiato. E con lui le sue abitudini.

Troppe attività, però, continuano ad aspettarlo esattamente nello stesso modo in cui lo aspettavano trent’anni fa.

Si alza la serranda, si sistema la vetrina, si espone la merce e si aspetta che passi qualcuno.

Per decenni ha funzionato. Oggi potrebbe non bastare più.

Ed è per questo che considero la frase “abbiamo sempre lavorato così” una delle più pericolose che possa pronunciare un imprenditore.

Perché magari tu hai sempre lavorato così, il tuo cliente però non compra più come ha sempre comprato.

E attenzione, non sto parlando di e-commerce

Quando si parla di digitalizzazione delle attività locali sembra quasi che la conclusione debba essere necessariamente quella di aprire un negozio online.

Non è quello che intendo.

Un’attività può continuare a vendere esclusivamente dentro il proprio punto vendita e utilizzare il digitale semplicemente per portare più persone dentro quel punto vendita.

Può mostrare quello che vende, raccontare perché un prodotto costa più di un altro, far conoscere chi lavora lì dentro, dimostrare competenza, rispondere alle domande che i clienti fanno ogni giorno, raccogliere recensioni e mantenere una relazione con le persone anche quando non stanno acquistando.

Può fare una cosa che per un’attività locale vale tantissimo, essere ricordata prima che nasca il bisogno.

Questo significa utilizzare l’online. Non significa diventare Amazon.

Però bisogna accettare che Amazon, Google, Instagram, Facebook, TikTok, WhatsApp e tutto quello che è arrivato negli ultimi anni hanno cambiato il comportamento delle persone.

Puoi tranquillamente decidere di non vendere i tuoi prodotti o servizi online, ma non puoi però continuare a fare impresa come se online non esistesse.

Però adesso smettiamola anche di scaricare tutto sui commercianti

Perché sarebbe troppo comodo.

Se una provincia perde 891 attività commerciali in sei anni, prima o poi dobbiamo smettere di guardare soltanto quello che succede dentro i negozi e iniziare a guardare seriamente anche quello che succede fuori.

Dobbiamo guardare le nostre città.

E soprattutto dobbiamo guardare chi quelle città le governa.

Qui il discorso diventa inevitabilmente politico, ma non partitico.

Perché non mi interessa il colore dell’amministrazione, mi interessa la qualità dell’amministrazione.

Mi interessa sapere se le persone alle quali affidiamo città, bilanci pubblici, commercio, turismo e sviluppo economico abbiano realmente gli strumenti per capire cosa sta succedendo.

Ci facciamo governare da persone alle quali chiediamo di prendere decisioni che possono incidere sul futuro di migliaia di lavoratori e imprenditori.

Eppure molto raramente ci fermiamo a chiederci quale esperienza abbiano, quali competenze possiedano, quale rapporto abbiano mai avuto con il mondo produttivo e, soprattutto, quale visione economica siano in grado di esprimere.

Non sto dicendo che un sindaco debba essere un imprenditore.

Non sto dicendo che un assessore debba aver fondato una società o gestito personalmente cento dipendenti.

Sto dicendo qualcosa di molto più semplice.

Governare è un mestiere estremamente complesso e non può bastare essere bravi a fare politica.

Troppo spesso la politica locale sembra invece funzionare esattamente al contrario.

Si trascorrono anni dentro un partito, si costruiscono relazioni, si imparano gli equilibri, si raccolgono consensi, si diventa molto bravi nel mestiere del politicante e poi, a un certo punto, quella carriera dovrebbe automaticamente trasformarsi nella capacità di indicare la direzione economica di una città.

Ma non funziona così.

Essere capaci di muoversi nella politica non significa necessariamente essere capaci di governare.

E una città non può diventare il premio finale di una carriera politica.

Non sapere tutto non è il problema, il problema è pensare di non aver bisogno di chi sa

Nessun sindaco, nessun assessore e nessun amministratore può avere competenze su tutto.

Sarebbe impossibile.

Il problema nasce quando chi non conosce una materia non sente nemmeno la necessità di cercare fuori dalla politica le persone che quella materia la conoscono davvero.

Se non conosci il commercio, ascolti seriamente chi fa commercio.

Se non conosci il marketing territoriale, cerchi professionisti che lo conoscano.

Se non hai mai vissuto il rischio d’impresa, devi almeno essere disposto ad ascoltare chi ogni mese deve pagare stipendi, fornitori, tasse e affitto prima ancora di sapere quanto rimarrà sul proprio conto.

Se vuoi parlare di digitalizzazione, devi avere qualcuno intorno al tavolo che conosca davvero quel mondo, non qualcuno che abbia imparato due parole perché sono finite nel programma elettorale.

La competenza non significa sapere tutto.

Significa anche avere l’intelligenza e l’umiltà di sapere quando hai bisogno di qualcuno più bravo di te.

Questa, secondo me, è una delle qualità che troppo spesso manca nella nostra politica locale.

Una città non si governa soltanto tappando buche

Pulizia, parcheggi, illuminazione, manutenzione ed eventi sono importanti.

Ci mancherebbe.

Ma amministrare una città dovrebbe significare anche provare a darle una direzione economica.

Dovremmo chiederci quale città vogliamo costruire nei prossimi dieci anni, quali attività vogliamo attirare, perché un ragazzo dovrebbe rischiare i propri risparmi per aprire un’impresa proprio qui, perché un’azienda dovrebbe decidere di investire sul nostro territorio, come rendere le nostre città più vivibili, più verdi e più accessibili, come riportare persone nelle strade che lentamente si stanno svuotando e come trasformare turismo e cultura in economia vera, non soltanto in presenze concentrate in pochi giorni dell’anno.

Perché tagliare un nastro non significa fare politica economica.

Non basta occupare una carica. Bisogna essere all’altezza delle responsabilità che quella carica comporta.

E se pretendiamo competenza dal medico che ci cura, dall’ingegnere che progetta un edificio, dal commercialista che segue la nostra azienda e dall’imprenditore al quale affidiamo il nostro denaro, non capisco perché dovremmo improvvisamente smettere di pretenderla quando consegniamo a qualcuno il futuro di un’intera città.

Chi governa deve smettere di amministrare le città come le amministrava vent’anni fa.

Non possiamo pretendere innovazione soltanto da chi ogni mattina alza una serranda e non pretenderla da chi decide che cosa succede nella strada in cui quella serranda si trova.

891 attività in meno non possono essere soltanto un’altra statistica

Dentro quel numero ci sono soldi investiti, famiglie, posti di lavoro, sacrifici, anni trascorsi dentro un’attività e pezzi delle nostre città che lentamente cambiano volto.

Per questo non possiamo liquidare tutto con la frase “è la crisi”.

La crisi c’è. I costi ci sono.

La concorrenza delle grandi piattaforme esiste.

Le responsabilità politiche esistono.

Ma esiste anche una responsabilità che riguarda chi fa impresa, quella di guardare il mondo mentre cambia e decidere di cambiare insieme a lui.

Il negozio fisico non è morto e probabilmente non morirà.

Ci saranno sempre persone che vorranno entrare in un posto, parlare con qualcuno, chiedere un consiglio, provare qualcosa e sentirsi seguite.

Ma il negozio del futuro non può essere il negozio del passato con un profilo Instagram aperto.

E allo stesso modo la città del futuro non può essere la città del passato con qualche Reel istituzionale, una rassegna estiva e due eventi in più.

Servono imprenditori migliori.
Servono anche amministratori migliori.

Non migliori nel raccontarsi, ma migliori nell’amministrare.

Perché non possiamo criticare il cliente che compra attraverso uno smartphone e poi continuare a cercarlo con gli strumenti del 1995.

E non possiamo lamentarci della desertificazione commerciale mentre continuiamo ad affrontare lo sviluppo economico delle nostre città con logiche politiche che appartengono allo stesso passato.

Forse il mondo non è cambiato troppo velocemente.

Forse siamo noi che, troppo spesso, continuiamo a fare impresa e a scegliere chi ci governa come se il mondo non fosse cambiato affatto.

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